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Prodi non è un bambino, ma una sciagura. Paragone affossa il Professore

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L'ex premier non può dispensare lezioni di moralità

Gianluigi Paragone
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Ha ragione Romano Prodi: non è un bambino, come prontamente ha rinfacciato a Lavinia Orefici, inviata di Quarta Repubblica. Non è un bambino: l’ex presidente del Consiglio nonché ex capo della Commissione europea è stato una autentica sciagura per l’Italia e gli italiani. E lo è ancora, visto che va in giro a predicare con l’arroganza riversata ad una giornalista e condensata in quel «Che cavolo mi chiede?», nel silenzio della cosiddetta libera stampa (i comunicati pregni di indignazione si vergano solo quando e se le offese arrivano dal centrodestra, a conferma dello stato di salute del giornalismo italiano). Che cavolo mi chiede?, si permette di dire un signore che è ancora noto per una seduta spiritica fatta nei giorni del rapimento di Aldo Moro dalla quale uscì misteriosamente una indicazione geografica: Gradoli. Come il paese del viterbese affacciato sul lago di Bolsena dove si dirottarono le forze dell’ordine della speranza di trovare lo statista dc; ma anche come la via dove il capo delle Brigate Rosse Mario Moretti ebbe un covo liberato poche ore prima del blitz dei carabinieri. «Ma il senso della storia ce l’ha lei o no?», ha rincarato il Professore con la giornalista. Ecco, glielo rinfacciamo noi il senso della sua storia e del perché egli sia stato e sia una sciagura per gli italiani. Romano Prodi è stato tra i responsabili dell’accelerazione dell’ingresso dell’Italia nell’euro, anche a costo di far pagare il conto ai cittadini ovvero di privatizzare per fare cassa. (Del resto già nei panni di presidente dell’Iri aveva cominciato a fare guai, a cominciare dall’operazione Alfa Romeo).

 

L’allora premier accettò ogni richiesta della Germania pur di esserci. L’operazione Euro (che il premio Nobel Stiglitz bocciò in un libro appositamente dedicato alla moneta unica) fu talmente sgangherata che il Professore si inventò una storiella che lo inchioderebbe alle sue personali incapacità, una storiella che diceva: «Grazie all’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se avessimo lavorato un giorno di più». Una balla colossale che fa persino passare in secondo piano le “brutture” del Manifesto di Ventotene sulla proprietà privata, questione ripresa dalla giornalista Mediaset. «Io non ho mai detto una cosa del genere», ha risposto con tono sarcastico. 

 


È vero, ma Prodi ha fatto di peggio: ha approfittato della ricchezza degli italiani mettendo la famosa tassa sull’euro e ha usato il risparmio degli italiani come “garanzia” coi tedeschi per accelerare l’ingresso dell’euro con una valutazione di cambio degna del Conte Dracula: quasi duemila lire (1936,27 per l’esattezza) per un euro. E fu l’inizio della fregatura. Ovviamente senza chiedere agli italiani se volessero abbandonare la moneta sovrana per entrare nell’euro; anzi cominciò a raccontare miracoli venturi spacciando eurolandia come l’Eldorado. Pertanto Romano Prodi ha poco da fare il Professore arrogante, perché egli è stato una sciagura i cui azzardi gravano ancora sulla ricchezza privata degli italiani.
 

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