
Piove nella teca L'eterno scandalo dell'Ara pacis Il vetro non regge all'acquazzone La storia di una protezione nata male
di Gabriele SimonginiL'Ara Pacis, l'Altare della Pace augustea inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., corre il rischio di diventare l'Altare della Guerra, viste le furibonde polemiche che hanno...
L'Ara Pacis, l'Altare della Pace augustea inaugurato il 30 gennaio del 9 a.C., corre il rischio di diventare l'Altare della Guerra, viste le furibonde polemiche che hanno accompagnato e seguito la realizzazione dell'edificio di Richard Meier destinato a contenerlo e inaugurato il 21 aprile del 2006. La monumentale opera dell'architetto americano è stata un obiettivo perseguito con forza prima dal Sindaco Rutelli e poi dal suo successore Veltroni. Come si legge a beneficio dei visitatori nel sito del Museo dell'Ara Pacis, «ad un esame dell'altare eseguito negli anni Novanta, le sue condizioni erano risultate così preoccupanti da spingere l'amministrazione comunale a prendere un impegno tanto importante: sostituire la teca basata su un'idea dell'architetto Morpurgo nel 1938 perché del tutto insufficiente a proteggere il prezioso monumento di età augustea dalle polveri, dai gas di scarico, dalle vibrazioni, dagli sbalzi di temperatura e di umidità, e musealizzare l'Ara Pacis secondo i più moderni criteri di conservazione». Certo, visto il nubifragio dell'altra notte che ha trasformato l'Ara Pacis in una piscina, nel sito sarebbe bene precisare che all'acqua piovana non si era pensato e che dunque in caso di pioggia forte i visitatori debbano entrare con l'ombrello in mano. Del resto, il «povero Meier», definito da Federico Zeri «colui che conosce Roma come io conosco il Tibet dove non sono mai stato», non poteva certo aspettarsi che in questa città mediterranea piovesse così tanto. La storia dell'ingombrante teca di Meier partì subito male. Nel '96 l'allora Sindaco Rutelli, desideroso di «donare» al centro storico il primo grande intervento architettonico dai tempi del Fascismo, ne affidò la realizzazione direttamente all'architetto americano, senza alcun concorso internazionale. «Come dice il mio amico Massimo Cacciari, una città, così come una lingua, se non si trasforma muore», dichiarò trionfante Rutelli, ribadendo che «la legge prevede che si possa offrire un incarico a un professionista di chiara fama internazionale. E il suo progetto è stato approvato da tutte le autorità competenti. Tutte. La bagarre che è successa dopo è solo la prova che l'Italia è il Paese delle corporazioni e del provincialismo culturale». Il cantiere partì nel settembre del 2000 e venne bloccato quasi subito dal sovrintendente ai beni archeologici Adriano La Regina, per accertare se sotto il lungotevere fossero interrate le gradinate settecentesche del porto di Ripetta. Gli scavi durarono un anno, dall'inizio di maggio 2001 alla fine di maggio 2002 ma non diedero risultati di rilievo e il cantiere riaprì. L'edificio fu inaugurato nel 2006, possente, minimale e modernissimo, in acciaio, travertino, vetro e stucco. I costi di costruzione lievitarono in 4 anni da 5,9 milioni di euro a 16,8 secondo le stime di Italia nostra. Fu subito criticato, dalle voci più diverse, come invadente, eccessivo, fuori contesto e lo stroncò perfino il «New York Times». I romani lo soprannominarono «Bara Pacis». Fu subito chiaro che la sua mole metteva in ombra il Mausoleo di Augusto e le chiese di San Rocco e San Girolamo, che portano pur sempre la firma di architetti del calibro di Valadier e Martino Longhi. L'architetto Giuseppe Strappa scrisse subito che «l'errore dell'Ara Pacis dovrebbe almeno servire a considerare come la Roma storica sia una città che non permette imitazioni: un insieme prodigiosamente organico, nato da un processo di continua collaborazione tra forme architettoniche, anche moderne, non un mercato dove il vestito di ogni edificio può essere scelto secondo la moda del momento o la fama del sarto». Giorgio Muratore, ordinario di Storia dell'Architettura contemporanea alla Sapienza, notò che sarebbe bastato «restaurare quello che c'era e renderlo agibile». Con l'arrivo del Sindaco Alemanno, il Museo dell'Ara Pacis trovò un acerrimo nemico. Fu proposto perfino di smontare la teca per spostarla in periferia ed eliminare quel corpo estraneo dal centro storico. Abbandonata la titanica e costosa impresa, Alemanno ripiegò su un altro cavallo di battaglia: quello di abbassare di 15 centimetri il muro laterale, inglobato alla struttura e parallelo al Lungotevere, che disturba la visuale sulle chiese di San Rocco e San Girolamo. Un'idea peraltro approvata perfino dallo stesso Meier, forse stanco di tante polemiche e preso a tempo pieno dalle innumerevoli committenze internazionali. I lavori sarebbero costati quasi due milioni di euro e l'ex Assessore alle Politiche culturali della giunta Alemanno, Umberto Croppi, attaccò il suo vecchio sodale: «È un'iniziativa che costituisce un grave attacco all'autonomia del progettista e che rappresenta un inutile spreco di risorse senza alcuna giustificazione». Alla fine Alemanno, prendendo a pretesto i tagli imposti dalla spending review governativa, è tornato sulla sua decisione destinando i fondi previsti alle ben più indispensabili ristrutturazioni di scuole. Tutte le polemiche sono sembrate placarsi. Il Sindaco è cambiato. Ma il nubifragio, insieme all'allagamento, ha riportato venti di guerra sull'Ara Pacis. Mala tempora currunt.
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